Daily archives "31 Luglio 2014"

Il matrimonio di Alessandra …

A questi link trovate la storia di Alessandra e della sua battaglia per mantenere il suo matrimonio dopo il cambio di sesso:

http://gazzettadimodena.gelocal.it/provincia/2009/12/27/news/cambia-sess…

http://gazzettadimodena.gelocal.it/cronaca/2010/12/03/news/cambia-sesso-…

http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/sesso-marito-donna-matrimon…

Che di seguito incollo:

—– Gazzetta di Modena 27 dicembre 2009 —-

Cambia sesso ma non divorzia: caso unico
E’ un caso giuridico la vicenda di un bancario di Massa Finalese diventato una donna. Il tribunale gli riconosce di essere donna, il Comune però le rifiuta lo stato di famiglia. Alessandra, sindacalista alla Bper: “Io e mia moglie ci vogliamo bene e i miei genitori hanno compreso”

di Francesco Dondi

Alessandra Bernaroli

Alessandra Bernaroli

FINALE. Si sono sposati nel 2005 in chiesa nella loro Massa, ma in autunno il tribunale ha certificato il cambio di sesso del marito, ora Alessandra Bernaroli, 38 anni. Ne è scaturito così un matrimonio tra donne che però oggi porta problemi di natura legale alla coppia.

Alessandra Bernaroli è figlia di due insegnanti massesi e ha lavorato alla Popolare dell’Emilia Romagna a Finale tra il ’99 ed il 2000. Ora fa la sindacalista della Fisac Cgil nella direzione centrale Bper a Modena. In tanti la ricordano come un ragazzo studioso, ma molto attento al proprio fisico, modellato con lunghe sedute di body-building. Nel 2005 Alessandro si sposa in chiesa a Massa, con l’attuale moglie.

Ma nel 2007 va negli Usa per sottoporsi ad un intervento per il cambio della voce: è il primo passo verso il transessualismo che lo porterà, a maggio 2008, a recarsi in Thailandia per un’operazione di “riattribuzione chirurgica” del sesso. «I miei genitori – racconta – dopo le prime perplessità mi hanno aiutato molto e anche in questo momento, conoscendo il rapporto che c’è con mia moglie, stanno dalla nostra parte».

Perchè adesso Alessandra è impegnata in una battaglia che potrebbe fare storia. Vediamo. A ottobre il tribunale certifica il cambio di sesso e lei si reca in anagrafe a Bologna (dove oggi risiede), per chiedere la modifica sulla carta d’identità. Gli addetti devono attenersi alla sentenza e la rilasciano. Ma i problemi si presentano alla domanda di uno stato di famiglia, necessario per la denuncia dei redditi. Alessandra, infatti, ha la coniuge a carico con cui vive in comunione di beni. Alla richiesta arriva il rifiuto: certificare l’unione significherebbe ufficializzare un matrimonio tra persone dello stesso sesso. E così il Comune emette un incartamento in cui risulta che Alessandra e la moglie sono due nuclei famigliari distinti.

«Ma così non è – dichiara Alessandra – Io e mia moglie vogliamo restare insieme. Se non mi dovessero rilasciare lo stato di famiglia si profila il reato di falso materiale ed abuso. Nessuna legge vieta il matrimonio tra omosessuali e considera il cambio di sesso una possibile fonte di divorzio. Ma noi non vogliamo divorziare. Ora il Comune sostiene che non è stato modificato il mio stato civile perciò mi devono dare documentazione. Non esiste legge che permetta di posticiparne la consegna». Con la storia di Alessandra si apre così una disputa giuridica unica.
«Il diritto civile autorizza a fare ciò che non è espressamente vietato. E non è vietato il matrimonio tra omosessuali, semplicemente per consuetudine non viene celebrato. Allo stesso tempo la nostra legge non prevede il divorzio d’ufficio, perciò l’a nagrafe non può arrogarsi il diritto di considerare il matrimonio annullato».

E nel calderone delle posizioni contrastanti la Chiesa non si schiera (“Questo è un caso che non intacca la dottrina, casomai è un problema giuridico”, chiosa Monsignor Vecchi di Bologna).

«La Chiesa – spiega Alessandra – ha evitato di commentare perchè spinge per la famiglia e, nel nostro caso, la famiglia continua ad esserci. Quando ci si sposa si recita la formula ‘in povertà ed in malattia’ e il sessualismo è considerato malattia, tanto che lo Stato passa medicine».

Ora la pratica è stata inviata al ministero degli Interni, affinchè dirima una situazione anomala. «Ma per noi non eiste un vuoto legislativo», chiude fiduciosa Alessandra.

27 dicembre 2009

—– Gazzetta di Modena 3 dicembre 2010 —-

Cambia sesso, il matrimonio resta valido
Finale. Il Tribunale di Modena respinge l’istanza di annullamento del Ministero dopo gli interventi di Alessandra Bernaroli. Lei: «Accanimento incomprensibile dei burocrati, mi darò alla politica»

Cambia sesso, il matrimonio resta validoCambia sesso, il matrimonio resta valido

FINALE. Il tribunale di Modena le ha dato ragione. Il matrimonio tra la massese Alessandra Bernaroli (all’epoca Alessandro, poi divenuta donna dopo un lungo percorso fatto anche di tanti interventi chirurgici) e la moglie è ancora valido. E questo nonostante il cambio di sesso e i tentativi di scioglierlo d’autorità da parte degli ufficiali anagrafici di Bologna e Finale. Il Ministero degli Interni ha annunciato il ricorso contro la sentenza di Modena.

«Noi restiamo sposati – spiega la Bernaroli – La legge prevede che un matrimonio possa venir sciolto unilateralmente in caso di cambio di nome, ma non è il nostro caso perchè mia moglie mai lo ha chiesto, anzi. Non capisco l’accanimento del Ministero che sta provando a distruggere una famiglia mentre addirittura la Chiesa, di fronte a cui risultiamo sposati, non ha sollevato alcun problema».

Contro l’inusuale unione si erano schierati anche gli uffici anagrafici di Finale (dove il matrimonio è registrato) e Bologna, dove ora la coppia risiede. «Il loro comportamento è stato molto scorretto – continua la Bernaroli – hanno chiesto un parere al Ministero che però non può dare valutazioni morali, ma solo legali. E le unioni transessuali sono già regolamentate dalla Costituzione con la legge 138 del 2010 della Corte Costituzionale».

Ora per la Bernaroli, sindacalista della Cgil alla Bper, difesa dall’avvocato Anna Tonioni di Bologna con la collaborazione della rete Lenford, potrebbe aprirsi un futuro in politica. «Non ho mai voluto dare voce al gossip sulla mia vicenda, ma in questi anni di tensioni ho aperto gli occhi, è stata una dura battaglia. Mi sento pronta per lottare a favore di una società civile più libera e moderna e non escludo di potermi impegnare in politica, magari per le elezioni a Bologna oppure in vista delle Nazionali. Con chi? Mi definisco una liberale riformista…». (f.d.)

3 dicembre 2010

—– Blitz Quotidiano 3 dicembre 2010 —-

Quando il marito diventa una donna per il giudice il matrimonio è valido

Sono due lei sposate in Italia, prima erano marito e moglie, poi il marito ha cambiato sesso: per il tribunale il matrimonio di Alessandra (fu Alessandro) Bernaroli è valido. A stabilirlo sono stati i giudici della seconda sezione civile di Modena perché “il cambio di sesso di uno dei coniugi non comporta l’automatico scioglimento né la cessazione degli effetti civili del matrimonio”.

Gli ufficiali di stato civile dei comuni di Bologna e Finale Emilia invece avevano di fatto decretato la fine del matrimonio perché per loro due donne non potevano essere sposate. Per i magistrati di Modena però si è trattato di un atto illegittimo.

«Lotto per la mia vita ma anche per le tante coppie che si trovano in situazioni analoghe. Ho deciso di essere un transessuale, che non è una moda, ma una precisa patologia riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità e per questo curata con specifiche cure», ha spiegato Bernaroli, 39 anni.

La moglie ha capito le sue motivazioni e l’ha aiutato a diventare donna nel 2008. «Prima scopriamo che l’anagrafe di Bologna, come conseguenza del cambio di sesso, ha modificato il mio stato di famiglia, facendomi risultare separato da mia moglie, addirittura con due indirizzi diversi, nonostante noi si viva sotto lo stesso tetto».

«Ci accorgiamo che l’atto di matrimonio è stato di fatto annullato». In più c’era l’avallo del ministero dell’Interno, interpellato sul caso dai due Comuni. Ora il tribunale di Modena ha dato una prima vittoria ad Alessandra.

——— Fine ———

Jasmine

Femmina, maschio o non specificato: tra i passi avanti dell’Australia e la farsa italiana

Femmina, maschio o non specificato: tra i passi avanti dell’Australia e la farsa italiana

Michela Balocchi per l’Altracittà

Il Governo australiano, il 14 Settembre scorso, ha annunciato le nuove linee guida in materia di regolamentazione dell’indicazione relativa all’identità di genere sui passaporti. Grazie a queste nuove norme d’ora in poi sarà più semplice, per le persone con sesso e/o identità di genere diverse da quelle della maggioranza della popolazione, poter scegliere l’indicazione di genere che sentono propria indipendentemente dall’essersi o meno sottoposti a riattribuzione chirurgica del sesso, mentre le persone intersessuali potranno scegliere, se lo vorranno, una terza opzione “X” per, traduco, “indeterminato, non specificato o intersex” oltre alle tradizionali “F” e “M”.

Si tratta dunque di un grande passo avanti nel riconoscimento dei diritti delle persone trans e intersessuali poiché alle persone trans viene riconosciuta la possibilità di adeguare il passaporto all’aspetto fisico e alla propria identità di genere senza necessità di sottoporsi alla riattribuzione chirurgica di sesso o prima di sottoporvisi; e alle persone intersex per la prima volta viene riconosciuto il diritto a definirsi appartenenti a un sesso/genere altro rispetto alla dicotomia maschio/femmina dominante, oppure a scegliere “F” o “M” come genere di appartenenza anche se diverso da quello che è stato attribuito loro alla nascita.
Sarà sufficiente una lettera da parte del medico che certifichi che la persona ha ricevuto o riceve trattamenti clinici appropriati per la transizione, oppure che si tratta di una persona intersex che non si identifica con il sesso assegnato alla nascita ma con quello opposto o con il genere intersex, il terzo genere o un genere non specificato.

Questa la notizia dall’Australia. Passiamo ora a vedere come è stata data in Italia, perché il modo in cui la notizia è stata filtrata dalle maggiori agenzie di stampa italiane è essa stessa una notizia, una notizia che produce riflessioni e considerazioni amare.

In primo luogo spariscono subito le persone intersex. Non c’è agenzia di stampa italiana in cui venga scritta la parola intersessuale. Evidentemente il concetto di intersessualità nel nostro paese continua a risultare per lo più ignoto e ignorato: e perché mai un giornalista serio dovrebbe prendersi la briga di verificare il significato di quell’“intersex” o di quel “sex and gender diverse people” presente nelle fonti originali? Già, perché mai..? Meglio tradurre sbrigativamente transessuali, senza riflettere sulle conseguenze di questa scelta.

La sparizione del termine intersex dai primi comunicati italiani ha avuto come primo effetto quello di sminuire enormemente dal punto di vista simbolico la rilevanza della decisione australiana che ha invece una portata storica reale. Il riconoscimento pubblico della legittimità dell’essere e riconoscersi intersessuali è una conquista enorme per tutti e per le persone intersex in particolare, proprio a causa dell’invisibilizzazione cui invece sono generalmente costrette fin dalla nascita, invisibilizzazione che significa in primo luogo privazione dei diritti umani fondamentali quali il diritto all’integrità del proprio corpo, il diritto a non ricevere interventi di chirurgia estetica invasivi e irreversibili sui genitali e senza consenso informato, il diritto a non ricevere somministrazione di farmaci a vita per una ‘normalizzazione’ al maschile o (molto più spesso) al femminile non richiesta.

La cancellazione del termine e della categoria “intersex” e della sua sostituzione con transgender (o, peggio, con “i transessuali” come se la decisione australiana si riferisse esclusivamente a persone di sesso femminile che transizionano verso il maschile), ha creato automatismi e certezze laddove invece la materia è tutt’altro che certa: nelle linee guida infatti la possibilità di scegliere la “X” è esplicitata solo per le persone intersex. Per le persone in transizione (“for people transitioning”) si parla della possibilità di cambiare il dato sul passaporto, sempre previa dichiarazione medica, specificando il genere di elezione (femminile o maschile), senza necessità di intervento chirurgico ai genitali ma rimanendo all’interno del binarismo sessuale, a meno che (sembra di leggere tra le righe) non venga loro certificata una qualche forma di intersessualità o di indeterminatezza di genere.

Detto questo, si può poi certamente discutere sull’opportunità o meno dell’indicazione del genere sui documenti; io sono tra coloro che caldeggiano l’eliminazione di questo dato da ogni tipo di documento di riconoscimento: il Governo britannico sta riflettendo proprio su questa possibilità sempre in relazione ai passaporti (http://www.guardian.co.uk/uk/2011/sep/19/home-office-gender-free-passports).
Bisogna però anche tenere realisticamente conto del fatto che quella è una battaglia non facile da vincere nell’immediato futuro, visto che ci troviamo in società che si fondano proprio sul binarismo sessuale e sulla gerarchia dei ruoli sociali di genere. Anche per queste difficoltà l’aggiunta di una categoria di sesso/genere e di una lettera corrispondente nei documenti può essere una soluzione (seppure intermedia e temporanea) e uno strumento per il riconoscimento di realtà altrimenti negate e private dei diritti elementari. Il riconoscimento burocratico, infatti, non soltanto protegge dalle discriminazioni e facilita movimenti e azione quotidiane per le persone trans, ma restituisce legittimità giuridica, civile e sociale alla propria esistenza a chi invece è stato invisibilizzato fin dalla nascita e fisicamente modificato proprio perché la sua esistenza fisica intersex era ritenuta inaccettabile in quanto non rispondente alla cornice culturale del binarismo sessuale.

Infine, come alcuni hanno fatto notare, rimane il pericolo costituito dall’esibire in paesi estremamente transfobici, omofobici e intersexfobici un documento che presenta un’alternativa al tradizionale rigido dimorfismo di genere. In questi paesi, però, la situazione per chi non è conforme era e rimane pericolosa anche senza un documento che dia riconoscimento: è pericoloso nel momento in cui viene esibito un documento con un’indicazione di genere che non corrisponde all’aspetto attuale della persona; e in questi paesi generalmente le persone transgender già evitano il più possibile di fare scalo.

Certo è che in Italia difficilmente si potrà aprire un dibattito pubblico allargato alla cittadinanza estesa e un confronto serio su questi argomenti se chi ha il dovere di fare informazione corretta e precisa passa invece un’informazione distorta e falsata, e se di questa informazione noi continuiamo a fidarci prendendola per buona.

* Transessualità o DIG (disforia dell’identità di genere)

Situazione vissuta da quelle persone che sentono che la propria identità di genere non combacia con il corpo anatomico: per superare questa condizione di sofferenza la transessuale (MtoF: persona che nasce maschio e si sente donna) o il transessuale (FtoM: persona che nasce femmina e si sente uomo) cercherà di intraprendere un percorso di riallineamento fra l’identità di genere e le caratteristiche fisiche del proprio corpo, attraverso assunzione di ormoni e interventi chirurgici.
* Intersessualità o DSD (disorders of sex development)

Con intersessualità si indica una molteplicità e varietà di condizioni in cui si trova chi nasce con cromosomi sessuali, e/o un apparato riproduttivo, e/o caratteri sessuali secondari che variano rispetto alle definizioni tradizionali di ciò che è considerato femminile e maschile. Spesso l’intersessualità non è evidente alla nascita ma si palesa durante la pubertà o può essere scoperta in età adulta. http://altracitta.org/blog/2011/10/04/femmina-maschio-o-non-specificato-tra-i-passi-avanti-dellaustralia-e-la-farsa-italiana/